lunedì 28 novembre 2011

Albert Camus: filosofia del finito e della rivolta

Albert Camus è stato uno scrittore e filosofo franco-algerino, benché i suoi avversari (Jean-Paul Sartre su tutti) lo considerassero un filosofo dilettante, è risultato essere molto più originale e coerente nella sua filosofia, di filosofi “di professione”, come lo stesso Sartre.
Camus, soprattutto nei suoi romanzi più importanti (Lo Straniero e La Peste) e nelle sue opere prettamente filosofiche (Il Mito di Sisifo e L’Uomo in Rivolta) delinea la condizione ineffabile dell’Assurdo: esso è quello scarto che esiste tra la richiesta di una volontà di senso da parte dell’uomo e invece la coscienza del fatto che il mondo sia totalmente in-sensato. L’uomo assurdo è l’uomo che capisce la sua condizione e vive e agisce contro di essa. Alla condizione di uomo assurdo è contrapposto l’uomo schiavo dell’abitudine; abitudine con la quale (anche inconsapevolmente) cerca di rifiutare l’assurdo.
La presa di coscienza dell’assurdo del mondo porta a una grande domanda, l’unica che abbia vera importanza secondo Camus: “Vi è solamente un problema filosofico veramente serio: quello del suicidio. Giudicare se la vita valga o non valga la pena di essere vissuta, è rispondere al quesito fondamentale della filosofia” (da “Il Mito di Sisifo”). Insomma l’uomo assurdo si trova di fronte al problema del: “ha senso vivere anche se so che la mia vita e il mondo non ha senso?”. La filosofia di Camus vuole essere la definitiva appropriazione del finito e di vita-per-il-finito, perché è questa la prospettiva in cui si muove l’uomo. Intende quindi eliminare ogni elemento trascendente, quale Dio, sul quale basare la propria vita. Anzi, rifugiarsi in Dio è sviare il problema, è un’altra forma di abitudine: rintanarsi in un vivere-per-l’avvenire cessa di fornire un senso al presente, per il quale (e solo per esso) vive l’uomo. Cosa significa prendere coscienza dell’Assurdo, e quindi del finito? Significa rifiutare ogni illusione di finalismo, ogni volontà di trascendenza. E un’esistenza che rifiuta ogni illusione di finalismo non può che essere un’esistenza che si appropria definitivamente del proprio Io: non è più in condizione di passività rispetto all’altro da sé (il mondo), ma è attivo, e quindi giudicante. Si trova in posizione di superiorità ad esso e può decidere cosa possa essere il suo (e il proprio) senso. Si entra quindi nella prospettiva della scelta. Scelta di senso, del mondo e dell’esistenza. Qua si scorge un problema: se l’uomo può scegliere qualsiasi cosa, può essere legittimato alle peggiori azioni. E’ qua che Camus fa un passo oltre Nietzsche. Non è illimitata volontà di potenza, totale affermazione del proprio io. Camus fissa dei paletti, e la sua risposta è ferma: la rivelazione dell’assurdo non può e non deve ricadere nel nichilismo morale, bensì piuttosto nella rivolta. Ma cos’è la rivolta? Ce lo dice Camus stesso nella prima riga de “L’uomo in rivolta”: “l’uomo in rivolta è un uomo che dice no.”. Un no deciso, che pone un limite invalicabile. E ciò che determina questo limite non è intrinseco, ma è deciso dall’uomo in virtù della sua nuova condizione. Dietro a questo no sta un dover essere positivo dell’intera umanità che è nella nozione stessa di rivolta: nessuna rivolta può logicamente esistere senza un implicita volontà di cambiamento. Ma è possibile per l’uomo dotarsi di senso e di valori senza ricorrere ad altro che a se stesso? Sì, e lo fa attraverso la massima “solitaire, solidaire”, che è condizione nuova e decisiva dell’uomo: solitario perché adesso l’attenzione si è spostata dal “senso del mondo” al “senso dell’uno”; solidale perché è l’unica garanzia di liberazione e di giustizia. Questa solidarietà è il presupposto per un mondo fatto di valori scelti e non dati. La definitiva determinazione dell’individuo come padrone di senso, attraverso la condivisione della rivolta. E’ quindi la logica della rivolta contrapposta alla logica del “sacro” (come la definisce Camus), dove sacro è inteso sia in senso strettamente religioso-dogmatico, ma anche in tutte quelle forme che in un certo modo tradiscono l’appropriazione del finito, e Camus le delinea in maniera molto precisa. Sono le ipostasi dell’Unico , dell’Istinto e dell’Ideologia. La prima Camus la riconosce in Stirner e nella sua filosofia: l’uomo vuole sostituirsi a Dio, ma mascherando una distruzione della metafisica, altro non fa che elevare un individuo al rango di divinità, a discapito delle altre singolarità: è la distruzione della molteplicità in favore dell’Uno, che è ora identificato col Tutto e che, dunque, tradisce quell’individuo da cui era partito con la Rivolta. La seconda invece sopravviene quando l’Istinto, cioè banalmente le pulsioni naturali dell’uomo, il finito per eccellenza, diventa la necessità che governa il mondo, l’unico Dio a cui sottostare. Questa viene identificata storicamente nel marchese de Sade. La terza si ritrova nelle ideologie totalitarie, le quali pretendono di creare un mondo nuovo, in base a rigorosi principi ideologici, schiacciando ogni aspirazione dell’individuo.La filosofia di Camus quindi, affonda le sue radici in molteplici tradizioni e pensieri. Dall’individualismo di Kierkegaard, all’irrazionalismo di Schopenhauer, al concetto di più vita di Nietzsche, rifiutando inoltre l’idea che l’uomo sia inestricabilmente sottomesso alla necessità della storia, mantenendo però un carattere originale, superando le contraddizioni e le debolezze che pensatori antecedenti non erano riusciti a eliminare.
Coerentemente con la sua filosofia del finito, Camus non esclude affatto, anzi sottolinea marcatamente, la necessità di partecipazione politica. Ma il prendere parte alla vita sociale deve essere autonomo dalle grandi ideologie che hanno dominato la prima metà del ‘900, e Camus in particolare vuole staccarsi dal filo-bolscevismo che imperava in certi ambienti culturali (si veda per esempio in Sartre). Bisogna impegnarsi, ma non piegarsi alle logiche autoritarie di partito, che invece fanno un tutt’uno con le ragioni della storia da cui ci si deve staccare. L’impegno politico è affermazione dei valori libertari dell’individuo, sempre e comunque al fianco degli umili, dei lavoratori, di chi non ha voce.
Perché "La nostra sola giustificazione, se ne abbiamo una, è di parlare in nome di tutti coloro che non possono farlo".

sabato 5 novembre 2011

Per la sinistra è ora di recuperare credibilità

Tra le tante questioni che vengono poste quotidianamente, quello della “casta” è sicuramente un problema non da poco. Altrettanto sicuramente non è il Problema più importante, nè quello che ci ha fatto sprofondare nella crisi economica. Non il solo, perlomeno.

Sta di fatto che è una questione che negli ultimi mesi e anni sta emergendo a furor di popolo, nel senso stretto della parola. Cioè, nei dibattiti dei membri della società civile (nettamente contrapposta, in questo caso, al ceto politico), e dei media, i quali hanno contribuito a dare ampio risalto a tutti i botta e risposta che si sono susseguiti. Chiaramente, queste polemiche si sono esaurite senza che gli imputati in questo particolare processo ne siano stati toccati, se non marginalmente. E’ possibile anche solo sperare che un parlamentare possa approvare i tagli al suo stesso stipendio (e alle diarie, ai rimborsi, ai privilegi, ai vitalizi)? Per la verità sì, tanto che l’IdV fece una proposta in questa direzione, riscontrando il parere favorevole di 22 (ventidue) miseri votanti alla Camera. D’altra parte, tirare in ballo una questione di etica politica è fuori discussione, se non proprio inutile, di fronte agli Scilipoti, o ai Razzi, o alle Polidori di turno: è sempre bene ricordare che questi tre (e prendo solo questi tre in maniera esclusivamente esemplificativa), il 14 dicembre 2010 votarono la fiducia a un governo in fin di vita, abbandonando rispettivamente IdV, i primi due, e FLI, per poi essere ricompensati qualche tempo dopo con incarichi nelle fila di governo.
Questi, come molti altri, sono i prodotti di quell’atteggiamento “culturale” che viene comunemente chiamato “berlusconismo”, dal quale bisogna necessariamente uscire, in un modo o nell’altro. Ma un’opposizione che vuole davvero porsi come seria alternativa al berlusconismo, corre il rischio di doversi preparare alle elezioni, che a mio parere non sono un’ipotesi troppo remota. Purtroppo se si andasse al voto si dovrà ricorrere alla stessa legge elettorale delle ultime elezioni, il famigerato Porcellum, del quale è superfluo parlare.
A questo punto le soluzioni a cui ci troviamo di fronte sono due.

La prima. Poiché il “Porcellum” non è altro che il risultato di una serie di emendamenti alla vecchia legge elettorale (il “mattarellum”) e non, quindi, una nuova legge, indire un referendum che abroghi questi emendamenti e ritorni alla vecchia legislazione.

La seconda. La vita di questo governo sembra sempre di più giunta alla sua fase finale: proprio di ieri sono le dichiarazioni di Stracquadanio e altri cinque parlamentari PdL (“Serve un nuovo governo”) e dello stesso Tremonti che, in uno scontro verbale con Romani, è finalmente riuscito a tirare fuori “il problema è lui”, riferendosi a chi tutti sappiamo, senza dimenticare che proprio oggi due deputati (Bonciani e D'Ippolito) sono passati dal PdL all'UdC, lasciando il governo sotto quota 315! La maggioranza insomma non c'è più. Di qui, l’ipotesi di un governo tecnico di unità nazionale, come già caldeggiato indirettamente nei giorni scorsi dal Presidente della Repubblica, che affronti la crisi in tempi rapidi e con misure dirette (anche “lacrime e sangue”) come invece non è affatto stata affrontata dal corrente esecutivo, e che si occupi di cambiare la legge elettorale una volta per tutte. Solo in seguito le elezioni e un nuovo governo di coalizione.*

In ogni modo, per non farsi trovare impreparato al mutamento della scena politica, il centrosinistra e in particolare il PD deve per prima cosa raccogliere le istanze che provengono dalla sua base. Quelle istanze che le convention di Matteo Renzi e Giuseppe Civati hanno fatto emergere a Firenze e Bologna nei giorni scorsi. Credo che i vertici del PD si rendano conto ben più di me che queste “spinte” sono la linfa vitale che l’elettore medio si aspetta da anni, praticamente da quando il PD è stato fondato. E che l’elettore medio è stufo dei continui battibecchi tra correnti, anche solo apparenti e innocui, che minano la credibilità del partito che non solo ha le potenzialità, ma anche il dovere di porsi come il faro per l’uscita dal berlusconismo e dai suoi disastri. Quindi, anche in nome della sua (nostra) vocazione all’essere democratico, deve dare un segnale forte: e cioè accettare e fare proprie, ad esempio, le primarie non solo per eleggere il leader, ma anche i candidati al parlamento; l’idea di un progressivo svecchiamento del partito (che Bersani dia seguito alle sue apprezzabili parole sull’argomento, all’inaugurazione della scuola di formazione politica del PD “Finalmente Sud”); l’improrogabile necessità di tagliare i costi della politica e dei politici. Sia chiaro, non ha senso che il parlamentare debba prendere quanto uno statale, ma sembra sufficientemente ragionevole che la retribuzione venga adeguata alla media europea.

Tutto questo però non deve essere altro che il punto di partenza di una nuova stagione politica che si ponga come obiettivo la ripresa economica e lo sviluppo, ma contemporaneamente persegua una politica di salvaguardia del welfare state e di vera giustizia sociale (di nuovo, Bersani dia seguito alle sue parole “chi ha di più deve pagare di più”). Il punto di partenza è quindi quello di recuperare credibilità nell’elettorato deluso e negli “agnostici” non votanti e, perché no, nel Movimento 5 stelle, il quale si fa portatore di proposte difficilmente non condivisibili da un elettore di sinistra, ma che restano perennemente in sospeso per la non-volontà di allearsi..

Ricapitolando, il centro-sinistra ha un disperato bisogno di recuperare credibilità attraverso:

metodi veramente democratici di rappresentanza (abbiamo inventato le primarie, facciamole funzionare e estendiamole!);
una ricucitura dello strappo politica-società civile, sia per quanto riguarda la questione dei privilegi (e tutto ciò che ne è connesso), sia per quanto ne riguarda la partecipazione;
un progressivo svecchiamento della classe politica (per cominciare, iniziare ad applicare il comma dello statuto secondo cui il parlamentare, dopo tre legislature, deve lasciare)

Ultimo, ma non meno importante, il centro sinistra non deve mai dimenticarsi di prestare sempre una enorme attenzione ai movimenti sociali che spontaneamente sono sorti negli ultimi tempi. Sono queste centinaia di migliaia di (perlopiù) giovani che portano a galla le istanze sociali, le preoccupazioni, le speranze della società reale.
Partiamo da qui e, dopo tante parole, costruiamo davvero un’Italia migliore.

Alessandro Lucia



* La questione del referendum e della legge elettorale è stata brillantemente affrontata da Michail Schwartz nel suo articolo a questo indirizzo

domenica 16 ottobre 2011

Quer pasticciaccio brutto de via Merulana

Come avremmo potuto (e dovuto) prevedere, quella che si era preparata come una grandiosa protesta, una grandiosa marcia dell'indignazione, è finita con la solita guerriglia.Chiamateli black bloc, anarchici, come volete, non importa la sigla.
Quello che è importante da ricordare è che la violenza genera sempre violenza, e non è di violenza che abbiamo bisogno adesso. Forse abbiamo bisogno di una rivoluzione, è vero, ma non è la rivoluzione armata che chiedono gli indignati: è la rivoluzione culturale, delle idee. E' la rivoluzione delle parole.
Che senso ha massacrare poliziotti, incendiare blindati e palazzi, sfondare vetrine? Non risolve certo il bisogno di cambiamento che chiedevamo. Serve solo a sfogare la violenza repressa di un mucchio di idioti incappucciati, a generare infinite polemiche tra pro e contro, oltre che, cosa ben più grave, a mandare a rotoli le ragioni della sacrosanta indignazione civile. Dopo mesi in cui abbiamo visto "indignados" e manifestanti in tutto il mondo (Siria, Egitto, Grecia, Spagna e pure Stati Uniti), si è svegliata anche l'Italia ma, grazie alla violenza, si è coperta di ridicolo e di vergogna, e si isola ancora di più dal resto dell'Europa che protesta, comunque in maniera civile.
Non è tempo di eroi, nè tantomeno di bestie come i duecento guerriglieri che hanno distrutto le vie di Roma ieri. E' tempo di solidarietà, giustizia sociale, equità. Ma come facciamo a rendere credibile la nostra protesta se insieme a noi c'è questa manica di imbecilli? I manifestanti, comunque, hanno provato ad allontanarli, consegnandone anche qualcuno alla polizia.
E, non da tralasciare, la gente del corteo pacifico che ha tentato di fermarli ne ha anche subito le conseguenze fisiche: un signore anziano che ha tentato di bloccare un ragazzo in nero mentre spaccava una vetrina, ha riportato la frattura del naso. Vorrei poter dire che questi episodi sono marginali, e parlare dell'enorme corteo allegramente rumoroso, ma è impossibile. Di questa giornata che doveva essere l'inizio di un cambiamento globale, fondato su pace, giustizia, istruzione, ambiente (questi erano i punti del manifesto degli indignati), è rimasta, purtroppo, solo la violenza.

mercoledì 12 ottobre 2011

Il governo va sotto sul rendiconto finanziario, dimissioni in vista?

Alla Camera dei Deputati ieri si è votata l'approvazione del Rendiconto generale dello Stato per l'esercizio finanziario 2010. Articolo 1: 290 voti a favore, 290 contrari, il provvedimento non passa, e di conseguenza non passa l'intero rendiconto. Un solo voto, dunque.

Gli assenti erano molti, da Tremonti a Scajola, da Bossi all'evergreen Scilipoti, da Maroni ad altri (ir)responsabili. Un'ennesima dimostrazione di inaffidabilità di questo governo, come se ne avessimo ancora bisogno. Simpatica, tra l'altro, l'uscita di Mimmo Scilipoti: "potevano farmi una telefonatina e sarei venuto, se c'erano rischi". Ma su questo è meglio stendere un velo pietoso.

La verità è che un capo di governo "normale", in una qualsiasi altra nazione democratica "normale", non avrebbe esitato un momento a dimettersi, rimettendo il mandato nelle mani del Presidente della Repubblica. E' necessario ricordare infatti che secondo diversi manuali di diritto costituzionale "il voto contrario del Parlamento sul rendiconto assume il significato di una crisi di governo". Eh sì, perché affossare il rendiconto significa dire che il governo non ha adempiuto ai suoi doveri, o perlomeno a quello più importante (specie in un periodo di crisi), cioè gestire al meglio le finanze dello Stato. Unica conseguenza logica è la crisi di governo.

Ma noi non siamo un paese normale, né tantomeno questo è un governo normale, e della logica non sa che farsene. Il nostro governo è un governo di sudditi, seguaci del capobranco pronti a difenderlo a spada tratta fino alla fine, finché perlomeno il capobranco può difenderli. Ma già vediamo le lotte intestine tra Scajolani, Tremontiani, Cicchittiani gli un contro gli altri e tutti (alternativamente) contro la Lega, anch'essa divisa tra Maroniani eccettera eccetera.

E Berlusconi? Ieri perfino lui si è visto in aula, ma il suo voto non è bastato. Inoltre, l’assenza di Tremonti, arrivato qualche minuto dopo il completamento del voto, non fa che incrinare ancora di più i loro rapporti, già non proprio rose e fiori, degli ultimi tempi. E’ lui il “giuda qualunque che farà cadere tutto” di cui aveva detto Verdini? O è Scajola? Maroni? Bossi? Scilipoti???

Ma la vera domanda è: quando avranno il coraggio e la decenza di schiodarsi dalle loro poltrone? Quando si renderanno conto di essere ridicoli, e di rendere ridicolo l’intero paese di fronte alla comunità europea? Quando si accorgeranno che l’attacco alla nostra economia, e qui mi sento di citare le parole di Romano Prodi, è causato dal disprezzo che gli altri paesi provano verso l’Italia, e dalla debolezza che la figura del presidente del consiglio ha nei confronti dei suoi omologhi europei?

Dunque, “quo usque tandem abutere, Catilina, patientia nostra?”*

Oppure, per quanto ancora, italiani, avete intenzione di sopportarlo?


[*: ”per quanto ancora, Catilina, abuserai della nostra pazienza?” (Cicerone, 1 Catilinaria)]

venerdì 7 ottobre 2011

Una stagione di indignazione globale

Tutto iniziò in Tunisia, il 17 dicembre 2010, quando l'ambulante Mohamed Bouazizi si diede fuoco davanti al palazzo del governatore dopo che le autorità confiscarono le sue merci. Questo gesto disperato fu la scintilla di quella che in seguito venne chiamata "Primavera Araba" (proprio come la Primavera di Praga, nata dall'analogo gesto di Jan Palach in piazza San Venceslao nel 1969). Di lì a poco, a seguito del diffondersi della protesta contro il regime, il 14 gennaio il presidente Ben Alì fugge in Arabia Saudita e il governo viene destituito. In seguito scoppieranno proteste più o meno violente in tutti gli stati del Nord Africa e della penisola araba. In Egitto, il 25 gennaio iniziarono le manifestazioni in piazza Tahrir, violentemente arginate dal regime di Mubarak, poi costretto a dimettersi l'11 febbraio.

Cinque giorni dopo, in Libia, inizia una protesta che poi sfocerà in una sanguinosa guerra civile tra i ribelli (affiancati più tardi dalla NATO) e i "lealisti" fedeli a Gheddafi. Dopo la presa di Tripoli da parte delle forze rivoluzionarie, non si hanno più avuto notizie certe sulla posizione o le condizioni del "Raìs".

Sempre a febbraio iniziarono le proteste in Siria contro il regime di Assad, considerato uno dei più autoritari e repressivi di tutto il medio oriente, anche più di quello Egiziano e Tunisino. Regime che, chiaramente, non si è mai fatto scrupolo di esercitare una censura totale e di reprimere nel sangue le proteste: infatti nel corso dei mesi i cortei in piazza sono stati accompagnati da spari sulla folla, che hanno portato a un numero imprecisato di morti. Tutt'ora Assad è al potere.

Ma contemporaneamente alla rivolta libica e alle proteste siriane, in Europa nasce il movimento degli "indignados", prima in Spagna e subito dopo in Grecia, entrambi in aperta polemica contro le misure di austerità dei rispettivi governi, sull'orlo del baratro economico. Proteste che, tra l'altro, porteranno alle dimissioni del presidente spagnolo Zapatero.

E' recente la notizia che anche gli USA devono affrontare una protesta simile. E' quella conosciuta sotto il nome "Occupy Wall Street", una serie (tutt'ora attiva) di manifestazioni e occupazioni in numerose città statunitensi (New York su tutte) iniziata il 17 settembre a seguito dell'appello della rivista canadese Adbusters, supportata anche dal collettivo hacker Anonymous. Proprio New York, pochi giorni fa (il 1 primo ottobre), è stata teatro di una enorme mobilitazione che ha portato a bloccare il ponte di Brooklyn, e alla quale è seguito l'arresto di ben 700 manifestanti. Dal 3 ottobre poi la protesta si è estesa a Los Angeles, San Francisco, Boston, Memphis, Minneapolis e altre città piccole e grandi. E' chiaro che il motivo di questa protesta è un generale scontento verso l'ormai sempre meno sopportabile disuguaglianza economica: lo slogan ripetuto è "noi siamo il 99%", cioè il 99% della popolazione, quello che risente della crisi finanziaria, contrapposto a quell'1% che invece continua a speculare e accumulare guadagni a scapito della stragrande maggioranza dei cittadini.

E in Italia? Oggi 7 ottobre in ben 90 città ci sono stati (e ci sono mentre scrivo) cortei, manifestazioni e sit-in di protesta: nella capitale, un esempio su tutti, sono state bloccate la stazione ostiense e la linea B della metro. Come per "preparare il terreno" alla manifestazione della CGIL di domani a Roma e di quella di sabato 15 ottobre, la giornata europea della mobilitazione. Una giornata dove la società (veramente) civile si ritroverà a Roma, davanti al Parlamento per contestare l'incompetenza recidiva di un governo più preoccupato della troppa (secondo loro) libertà d'informazione che della crisi. Per contestare le manovre (perché di più d'una si tratta) economiche che non sono altro che nuovi tagli alle fasce deboli.
Ma anche come protesta globale contro questa classe politica e contro il marcio e gli "inciuci" che la mantengono in vita. E per potersi finalmente riprendere quel sacrosanto diritto di sovranità che è ormai un vago ricordo sbiadito, scritto su un vecchio libro a cui nessuno sembra dare più importanza.
Chissà che il vento non cambi davvero, questo 15 ottobre.

scritto per http://www.welfarenetwork.it/

mercoledì 5 ottobre 2011

Il caso Wikipedia e la censura mascherata

E' autunno e si torna a parlare di legge bavaglio. "Disegno di legge" lo chiamano, ma potremmo benissimo parafrasarlo in termini molto meno lusinghieri. E scrivendo questo, corro anche io il rischio, nel caso "qualcuno" si lamentasse sulla presunta falsità della mia affermazione, di essere costretto entro 48 ore a "effettuare una rettifica su qualsiasi contenuto che il richiedente giudichi lesivo della propria immagine".

Il richiedente. Senza (ovviamente) il bisogno, superfluo e decisamente troppo democratico (sic) di ricorrere a un giudice imparziale che valuti se questo sia effettivamente necessario.

Già, perché il famigerato comma 29 del ddl sulle intercettazioni dice che chiunque ritenga che alcune informazioni, pur veritiere e accertate, siano lesive della propria immagine, può obbligare chi ha scritto a pubblicare una rettifica “entro quarantotto ore dalla richiesta, con le stesse caratteristiche grafiche, la stessa metodologia di accesso al sito e la stessa visibilità della notizia cui si riferiscono". Esempio lampante: Wikipedia, la più grande enciclopedia online, punto di riferimento di numerosissimi navigatori del web ha deciso di sospendere la sua attività, in segno di protesta contro la proposta che la vedrebbe costretta a cancellare o tagliare pagine e pagine. E addio informazione libera.

In un momento di crisi nera, la preoccupazione maggiore del capo del Governo è piazzare paletti sempre più oppressivi alla libertà di stampa, come d’altronde da lui stesso affermato a gran voce; e poi ci si chiede perché prima Standard&Poor’s e poi Moody’s declassano il rating dell’Italia. E ci si chiede, per l’ennesima, insopportabile volta, quanto ancora dovremo sopportare di essere umiliati da un individuo del genere. Individuo che scese (ahinoi) in campo farneticando di “rivoluzione liberale”.

Mi viene spontaneo chiedere se nel 2011 queste leggine, decreti o emendamenti vari possano definirsi “liberali” (le virgolette sono d’obbligo) o non sarebbe meglio guardare in faccia la realtà e trovare le agghiaccianti analogie con le leggi di fine 1925, che la storia ci ha tramandato sotto il nome di “fascistissime”.

Non ai posteri, ma a noi cittadini indignati l’ardua sentenza.


Scritto per welfarenetwork.it

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domenica 2 ottobre 2011

I diari della Rivoluzione: La Primavera araba raccontata dai blogger egiziani

Hossam el Hamalawy e Sarah el Sirgany al festival di Internazionale a Ferrara, la rivista italiana che raccoglie settimanalmente i migliori articoli da tutti i giornali del mondo, raccontano com'è nata la rivolta egiziana e gli ultimi giorni di Mubarak.

Hossam el Hamalawy, insignito quest'anno del premio Politkowskaja per il giornalismo, è un blogger e reporter egiziano che ha raccontato attraverso la rete gli ultimi giorni del regime di Mubarak. Insieme a Sarah el Sirgany, reporter del Daily News Egypt racconta al pubblico i 18 giorni della rivolta egiziana che ha rovesciato il regime di Mubarak.

"La settimana prima del 25 gennaio" spiega Sarah el Sirgany "duecento persone scesero in piazza in sostegno della rivolta in Tunisia. Ero in ufficio quando arrivarono le prime notizie della grande manifestazione". Quando le dissero che migliaia di persone erano in strada a protestare, non ci credeva. Arrivarono le foto di una piazza Tahrir piena, con striscioni che invocavano <cambiamento - libertà - giustizia sociale>

"Ho visto coi miei occhi come la volontà di cambiamento è passata da pochi attivisti a una grande parte della popolazione. Una grande volontà di cambiamento politico, la situazione era fuori controllo per le autorità. Ho visto migliaia di persone affrontare il pericolo e le cariche della polizia, i getti d'acqua e le pallottole di gomma"

La rivolta di Facebook? "Niente di più falso" secondo Hossam el Hamalawy "i social network non c'entrano. Le radici della rivoluzione risalgono ad almeno 10 anni fa. Quando entrai in università e diventai uno studente attivista, l'Egitto si trovava di fronte a uno scontro tra governo e islamici radicali. Le carceri furono ampliate tantissimo e i detenuti arrivarono ad essere 40.000." Racconta di come fu istituita la polizia segreta del regime (una Gestapo, come la definisce lui) e di come la tortura era all'ordine del giorno, in ogni distretto di polizia. "Potevamo dirci fortunati se avevamo il permesso per fare una protesta all'anno. Anche quando le proteste restavano nel perimetro universitario, volavano pallottole di gomma e quelli della polizia segreta non si facevano scrupolo, di notte, a rapire studenti scomodi"

Poi, nel 2000, la svolta, da cui poi prese forma la rivoluzione. Si iniziò con manifestazioni in sostegno all'Intifada palestinese, che si trasformarono in contestazioni contro il regime. "Se il 24 gennaio (giorno prima dell'inizio della rivolta n.d.r.) mi avessero chiesto se sarebbe scoppiata la rivoluzione, avrei mentito se avessi detto di sì" I primi giorni si aspettavano solo qualche centinaio di attivisti, poi il numero crebbe. "Il mio ruolo", prosegue, "era di tipo logistico, ricevevo aggiornamenti e li mandavo attraverso internet in tutto il mondo."

Poi, di notte, arrivavano i video dell'enorme folla in piazza e delle manifestazioni, violentemente e sanguinosamente contrastate dal regime.

"E' stato lì che ho pensato: sta iniziando la rivoluzione"

Scritto per http://welfarenetwork.it Link all'articolo QUI