Albert Camus è stato uno scrittore e filosofo franco-algerino, benché i suoi avversari (Jean-Paul Sartre su tutti) lo considerassero un filosofo dilettante, è risultato essere molto più originale e coerente nella sua filosofia, di filosofi “di professione”, come lo stesso Sartre.
Camus, soprattutto nei suoi romanzi più importanti (Lo Straniero e La Peste) e nelle sue opere prettamente filosofiche (Il Mito di Sisifo e L’Uomo in Rivolta) delinea la condizione ineffabile dell’Assurdo: esso è quello scarto che esiste tra la richiesta di una volontà di senso da parte dell’uomo e invece la coscienza del fatto che il mondo sia totalmente in-sensato. L’uomo assurdo è l’uomo che capisce la sua condizione e vive e agisce contro di essa. Alla condizione di uomo assurdo è contrapposto l’uomo schiavo dell’abitudine; abitudine con la quale (anche inconsapevolmente) cerca di rifiutare l’assurdo.
La presa di coscienza dell’assurdo del mondo porta a una grande domanda, l’unica che abbia vera importanza secondo Camus: “Vi è solamente un problema filosofico veramente serio: quello del suicidio. Giudicare se la vita valga o non valga la pena di essere vissuta, è rispondere al quesito fondamentale della filosofia” (da “Il Mito di Sisifo”). Insomma l’uomo assurdo si trova di fronte al problema del: “ha senso vivere anche se so che la mia vita e il mondo non ha senso?”. La filosofia di Camus vuole essere la definitiva appropriazione del finito e di vita-per-il-finito, perché è questa la prospettiva in cui si muove l’uomo. Intende quindi eliminare ogni elemento trascendente, quale Dio, sul quale basare la propria vita. Anzi, rifugiarsi in Dio è sviare il problema, è un’altra forma di abitudine: rintanarsi in un vivere-per-l’avvenire cessa di fornire un senso al presente, per il quale (e solo per esso) vive l’uomo. Cosa significa prendere coscienza dell’Assurdo, e quindi del finito? Significa rifiutare ogni illusione di finalismo, ogni volontà di trascendenza. E un’esistenza che rifiuta ogni illusione di finalismo non può che essere un’esistenza che si appropria definitivamente del proprio Io: non è più in condizione di passività rispetto all’altro da sé (il mondo), ma è attivo, e quindi giudicante. Si trova in posizione di superiorità ad esso e può decidere cosa possa essere il suo (e il proprio) senso. Si entra quindi nella prospettiva della scelta. Scelta di senso, del mondo e dell’esistenza. Qua si scorge un problema: se l’uomo può scegliere qualsiasi cosa, può essere legittimato alle peggiori azioni. E’ qua che Camus fa un passo oltre Nietzsche. Non è illimitata volontà di potenza, totale affermazione del proprio io. Camus fissa dei paletti, e la sua risposta è ferma: la rivelazione dell’assurdo non può e non deve ricadere nel nichilismo morale, bensì piuttosto nella rivolta. Ma cos’è la rivolta? Ce lo dice Camus stesso nella prima riga de “L’uomo in rivolta”: “l’uomo in rivolta è un uomo che dice no.”. Un no deciso, che pone un limite invalicabile. E ciò che determina questo limite non è intrinseco, ma è deciso dall’uomo in virtù della sua nuova condizione. Dietro a questo no sta un dover essere positivo dell’intera umanità che è nella nozione stessa di rivolta: nessuna rivolta può logicamente esistere senza un implicita volontà di cambiamento. Ma è possibile per l’uomo dotarsi di senso e di valori senza ricorrere ad altro che a se stesso? Sì, e lo fa attraverso la massima “solitaire, solidaire”, che è condizione nuova e decisiva dell’uomo: solitario perché adesso l’attenzione si è spostata dal “senso del mondo” al “senso dell’uno”; solidale perché è l’unica garanzia di liberazione e di giustizia. Questa solidarietà è il presupposto per un mondo fatto di valori scelti e non dati. La definitiva determinazione dell’individuo come padrone di senso, attraverso la condivisione della rivolta. E’ quindi la logica della rivolta contrapposta alla logica del “sacro” (come la definisce Camus), dove sacro è inteso sia in senso strettamente religioso-dogmatico, ma anche in tutte quelle forme che in un certo modo tradiscono l’appropriazione del finito, e Camus le delinea in maniera molto precisa. Sono le ipostasi dell’Unico , dell’Istinto e dell’Ideologia. La prima Camus la riconosce in Stirner e nella sua filosofia: l’uomo vuole sostituirsi a Dio, ma mascherando una distruzione della metafisica, altro non fa che elevare un individuo al rango di divinità, a discapito delle altre singolarità: è la distruzione della molteplicità in favore dell’Uno, che è ora identificato col Tutto e che, dunque, tradisce quell’individuo da cui era partito con la Rivolta. La seconda invece sopravviene quando l’Istinto, cioè banalmente le pulsioni naturali dell’uomo, il finito per eccellenza, diventa la necessità che governa il mondo, l’unico Dio a cui sottostare. Questa viene identificata storicamente nel marchese de Sade. La terza si ritrova nelle ideologie totalitarie, le quali pretendono di creare un mondo nuovo, in base a rigorosi principi ideologici, schiacciando ogni aspirazione dell’individuo.La filosofia di Camus quindi, affonda le sue radici in molteplici tradizioni e pensieri. Dall’individualismo di Kierkegaard, all’irrazionalismo di Schopenhauer, al concetto di più vita di Nietzsche, rifiutando inoltre l’idea che l’uomo sia inestricabilmente sottomesso alla necessità della storia, mantenendo però un carattere originale, superando le contraddizioni e le debolezze che pensatori antecedenti non erano riusciti a eliminare.
Coerentemente con la sua filosofia del finito, Camus non esclude affatto, anzi sottolinea marcatamente, la necessità di partecipazione politica. Ma il prendere parte alla vita sociale deve essere autonomo dalle grandi ideologie che hanno dominato la prima metà del ‘900, e Camus in particolare vuole staccarsi dal filo-bolscevismo che imperava in certi ambienti culturali (si veda per esempio in Sartre). Bisogna impegnarsi, ma non piegarsi alle logiche autoritarie di partito, che invece fanno un tutt’uno con le ragioni della storia da cui ci si deve staccare. L’impegno politico è affermazione dei valori libertari dell’individuo, sempre e comunque al fianco degli umili, dei lavoratori, di chi non ha voce.
Perché "La nostra sola giustificazione, se ne abbiamo una, è di parlare in nome di tutti coloro che non possono farlo".
lunedì 28 novembre 2011
sabato 5 novembre 2011
Per la sinistra è ora di recuperare credibilità
Tra le tante questioni che vengono poste quotidianamente, quello della “casta” è sicuramente un problema non da poco. Altrettanto sicuramente non è il Problema più importante, nè quello che ci ha fatto sprofondare nella crisi economica. Non il solo, perlomeno.
Sta di fatto che è una questione che negli ultimi mesi e anni sta emergendo a furor di popolo, nel senso stretto della parola. Cioè, nei dibattiti dei membri della società civile (nettamente contrapposta, in questo caso, al ceto politico), e dei media, i quali hanno contribuito a dare ampio risalto a tutti i botta e risposta che si sono susseguiti. Chiaramente, queste polemiche si sono esaurite senza che gli imputati in questo particolare processo ne siano stati toccati, se non marginalmente. E’ possibile anche solo sperare che un parlamentare possa approvare i tagli al suo stesso stipendio (e alle diarie, ai rimborsi, ai privilegi, ai vitalizi)? Per la verità sì, tanto che l’IdV fece una proposta in questa direzione, riscontrando il parere favorevole di 22 (ventidue) miseri votanti alla Camera. D’altra parte, tirare in ballo una questione di etica politica è fuori discussione, se non proprio inutile, di fronte agli Scilipoti, o ai Razzi, o alle Polidori di turno: è sempre bene ricordare che questi tre (e prendo solo questi tre in maniera esclusivamente esemplificativa), il 14 dicembre 2010 votarono la fiducia a un governo in fin di vita, abbandonando rispettivamente IdV, i primi due, e FLI, per poi essere ricompensati qualche tempo dopo con incarichi nelle fila di governo.
Questi, come molti altri, sono i prodotti di quell’atteggiamento “culturale” che viene comunemente chiamato “berlusconismo”, dal quale bisogna necessariamente uscire, in un modo o nell’altro. Ma un’opposizione che vuole davvero porsi come seria alternativa al berlusconismo, corre il rischio di doversi preparare alle elezioni, che a mio parere non sono un’ipotesi troppo remota. Purtroppo se si andasse al voto si dovrà ricorrere alla stessa legge elettorale delle ultime elezioni, il famigerato Porcellum, del quale è superfluo parlare.
A questo punto le soluzioni a cui ci troviamo di fronte sono due.
La prima. Poiché il “Porcellum” non è altro che il risultato di una serie di emendamenti alla vecchia legge elettorale (il “mattarellum”) e non, quindi, una nuova legge, indire un referendum che abroghi questi emendamenti e ritorni alla vecchia legislazione.
La seconda. La vita di questo governo sembra sempre di più giunta alla sua fase finale: proprio di ieri sono le dichiarazioni di Stracquadanio e altri cinque parlamentari PdL (“Serve un nuovo governo”) e dello stesso Tremonti che, in uno scontro verbale con Romani, è finalmente riuscito a tirare fuori “il problema è lui”, riferendosi a chi tutti sappiamo, senza dimenticare che proprio oggi due deputati (Bonciani e D'Ippolito) sono passati dal PdL all'UdC, lasciando il governo sotto quota 315! La maggioranza insomma non c'è più. Di qui, l’ipotesi di un governo tecnico di unità nazionale, come già caldeggiato indirettamente nei giorni scorsi dal Presidente della Repubblica, che affronti la crisi in tempi rapidi e con misure dirette (anche “lacrime e sangue”) come invece non è affatto stata affrontata dal corrente esecutivo, e che si occupi di cambiare la legge elettorale una volta per tutte. Solo in seguito le elezioni e un nuovo governo di coalizione.*
In ogni modo, per non farsi trovare impreparato al mutamento della scena politica, il centrosinistra e in particolare il PD deve per prima cosa raccogliere le istanze che provengono dalla sua base. Quelle istanze che le convention di Matteo Renzi e Giuseppe Civati hanno fatto emergere a Firenze e Bologna nei giorni scorsi. Credo che i vertici del PD si rendano conto ben più di me che queste “spinte” sono la linfa vitale che l’elettore medio si aspetta da anni, praticamente da quando il PD è stato fondato. E che l’elettore medio è stufo dei continui battibecchi tra correnti, anche solo apparenti e innocui, che minano la credibilità del partito che non solo ha le potenzialità, ma anche il dovere di porsi come il faro per l’uscita dal berlusconismo e dai suoi disastri. Quindi, anche in nome della sua (nostra) vocazione all’essere democratico, deve dare un segnale forte: e cioè accettare e fare proprie, ad esempio, le primarie non solo per eleggere il leader, ma anche i candidati al parlamento; l’idea di un progressivo svecchiamento del partito (che Bersani dia seguito alle sue apprezzabili parole sull’argomento, all’inaugurazione della scuola di formazione politica del PD “Finalmente Sud”); l’improrogabile necessità di tagliare i costi della politica e dei politici. Sia chiaro, non ha senso che il parlamentare debba prendere quanto uno statale, ma sembra sufficientemente ragionevole che la retribuzione venga adeguata alla media europea.
Tutto questo però non deve essere altro che il punto di partenza di una nuova stagione politica che si ponga come obiettivo la ripresa economica e lo sviluppo, ma contemporaneamente persegua una politica di salvaguardia del welfare state e di vera giustizia sociale (di nuovo, Bersani dia seguito alle sue parole “chi ha di più deve pagare di più”). Il punto di partenza è quindi quello di recuperare credibilità nell’elettorato deluso e negli “agnostici” non votanti e, perché no, nel Movimento 5 stelle, il quale si fa portatore di proposte difficilmente non condivisibili da un elettore di sinistra, ma che restano perennemente in sospeso per la non-volontà di allearsi..
Ricapitolando, il centro-sinistra ha un disperato bisogno di recuperare credibilità attraverso:
metodi veramente democratici di rappresentanza (abbiamo inventato le primarie, facciamole funzionare e estendiamole!);
una ricucitura dello strappo politica-società civile, sia per quanto riguarda la questione dei privilegi (e tutto ciò che ne è connesso), sia per quanto ne riguarda la partecipazione;
un progressivo svecchiamento della classe politica (per cominciare, iniziare ad applicare il comma dello statuto secondo cui il parlamentare, dopo tre legislature, deve lasciare)
Ultimo, ma non meno importante, il centro sinistra non deve mai dimenticarsi di prestare sempre una enorme attenzione ai movimenti sociali che spontaneamente sono sorti negli ultimi tempi. Sono queste centinaia di migliaia di (perlopiù) giovani che portano a galla le istanze sociali, le preoccupazioni, le speranze della società reale.
Partiamo da qui e, dopo tante parole, costruiamo davvero un’Italia migliore.
Alessandro Lucia
* La questione del referendum e della legge elettorale è stata brillantemente affrontata da Michail Schwartz nel suo articolo a questo indirizzo
Sta di fatto che è una questione che negli ultimi mesi e anni sta emergendo a furor di popolo, nel senso stretto della parola. Cioè, nei dibattiti dei membri della società civile (nettamente contrapposta, in questo caso, al ceto politico), e dei media, i quali hanno contribuito a dare ampio risalto a tutti i botta e risposta che si sono susseguiti. Chiaramente, queste polemiche si sono esaurite senza che gli imputati in questo particolare processo ne siano stati toccati, se non marginalmente. E’ possibile anche solo sperare che un parlamentare possa approvare i tagli al suo stesso stipendio (e alle diarie, ai rimborsi, ai privilegi, ai vitalizi)? Per la verità sì, tanto che l’IdV fece una proposta in questa direzione, riscontrando il parere favorevole di 22 (ventidue) miseri votanti alla Camera. D’altra parte, tirare in ballo una questione di etica politica è fuori discussione, se non proprio inutile, di fronte agli Scilipoti, o ai Razzi, o alle Polidori di turno: è sempre bene ricordare che questi tre (e prendo solo questi tre in maniera esclusivamente esemplificativa), il 14 dicembre 2010 votarono la fiducia a un governo in fin di vita, abbandonando rispettivamente IdV, i primi due, e FLI, per poi essere ricompensati qualche tempo dopo con incarichi nelle fila di governo.
Questi, come molti altri, sono i prodotti di quell’atteggiamento “culturale” che viene comunemente chiamato “berlusconismo”, dal quale bisogna necessariamente uscire, in un modo o nell’altro. Ma un’opposizione che vuole davvero porsi come seria alternativa al berlusconismo, corre il rischio di doversi preparare alle elezioni, che a mio parere non sono un’ipotesi troppo remota. Purtroppo se si andasse al voto si dovrà ricorrere alla stessa legge elettorale delle ultime elezioni, il famigerato Porcellum, del quale è superfluo parlare.
A questo punto le soluzioni a cui ci troviamo di fronte sono due.
La prima. Poiché il “Porcellum” non è altro che il risultato di una serie di emendamenti alla vecchia legge elettorale (il “mattarellum”) e non, quindi, una nuova legge, indire un referendum che abroghi questi emendamenti e ritorni alla vecchia legislazione.
La seconda. La vita di questo governo sembra sempre di più giunta alla sua fase finale: proprio di ieri sono le dichiarazioni di Stracquadanio e altri cinque parlamentari PdL (“Serve un nuovo governo”) e dello stesso Tremonti che, in uno scontro verbale con Romani, è finalmente riuscito a tirare fuori “il problema è lui”, riferendosi a chi tutti sappiamo, senza dimenticare che proprio oggi due deputati (Bonciani e D'Ippolito) sono passati dal PdL all'UdC, lasciando il governo sotto quota 315! La maggioranza insomma non c'è più. Di qui, l’ipotesi di un governo tecnico di unità nazionale, come già caldeggiato indirettamente nei giorni scorsi dal Presidente della Repubblica, che affronti la crisi in tempi rapidi e con misure dirette (anche “lacrime e sangue”) come invece non è affatto stata affrontata dal corrente esecutivo, e che si occupi di cambiare la legge elettorale una volta per tutte. Solo in seguito le elezioni e un nuovo governo di coalizione.*
In ogni modo, per non farsi trovare impreparato al mutamento della scena politica, il centrosinistra e in particolare il PD deve per prima cosa raccogliere le istanze che provengono dalla sua base. Quelle istanze che le convention di Matteo Renzi e Giuseppe Civati hanno fatto emergere a Firenze e Bologna nei giorni scorsi. Credo che i vertici del PD si rendano conto ben più di me che queste “spinte” sono la linfa vitale che l’elettore medio si aspetta da anni, praticamente da quando il PD è stato fondato. E che l’elettore medio è stufo dei continui battibecchi tra correnti, anche solo apparenti e innocui, che minano la credibilità del partito che non solo ha le potenzialità, ma anche il dovere di porsi come il faro per l’uscita dal berlusconismo e dai suoi disastri. Quindi, anche in nome della sua (nostra) vocazione all’essere democratico, deve dare un segnale forte: e cioè accettare e fare proprie, ad esempio, le primarie non solo per eleggere il leader, ma anche i candidati al parlamento; l’idea di un progressivo svecchiamento del partito (che Bersani dia seguito alle sue apprezzabili parole sull’argomento, all’inaugurazione della scuola di formazione politica del PD “Finalmente Sud”); l’improrogabile necessità di tagliare i costi della politica e dei politici. Sia chiaro, non ha senso che il parlamentare debba prendere quanto uno statale, ma sembra sufficientemente ragionevole che la retribuzione venga adeguata alla media europea.
Tutto questo però non deve essere altro che il punto di partenza di una nuova stagione politica che si ponga come obiettivo la ripresa economica e lo sviluppo, ma contemporaneamente persegua una politica di salvaguardia del welfare state e di vera giustizia sociale (di nuovo, Bersani dia seguito alle sue parole “chi ha di più deve pagare di più”). Il punto di partenza è quindi quello di recuperare credibilità nell’elettorato deluso e negli “agnostici” non votanti e, perché no, nel Movimento 5 stelle, il quale si fa portatore di proposte difficilmente non condivisibili da un elettore di sinistra, ma che restano perennemente in sospeso per la non-volontà di allearsi..
Ricapitolando, il centro-sinistra ha un disperato bisogno di recuperare credibilità attraverso:
metodi veramente democratici di rappresentanza (abbiamo inventato le primarie, facciamole funzionare e estendiamole!);
una ricucitura dello strappo politica-società civile, sia per quanto riguarda la questione dei privilegi (e tutto ciò che ne è connesso), sia per quanto ne riguarda la partecipazione;
un progressivo svecchiamento della classe politica (per cominciare, iniziare ad applicare il comma dello statuto secondo cui il parlamentare, dopo tre legislature, deve lasciare)
Ultimo, ma non meno importante, il centro sinistra non deve mai dimenticarsi di prestare sempre una enorme attenzione ai movimenti sociali che spontaneamente sono sorti negli ultimi tempi. Sono queste centinaia di migliaia di (perlopiù) giovani che portano a galla le istanze sociali, le preoccupazioni, le speranze della società reale.
Partiamo da qui e, dopo tante parole, costruiamo davvero un’Italia migliore.
Alessandro Lucia
* La questione del referendum e della legge elettorale è stata brillantemente affrontata da Michail Schwartz nel suo articolo a questo indirizzo
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