domenica 16 ottobre 2011
Quer pasticciaccio brutto de via Merulana
mercoledì 12 ottobre 2011
Il governo va sotto sul rendiconto finanziario, dimissioni in vista?
Alla Camera dei Deputati ieri si è votata l'approvazione del Rendiconto generale dello Stato per l'esercizio finanziario 2010. Articolo 1: 290 voti a favore, 290 contrari, il provvedimento non passa, e di conseguenza non passa l'intero rendiconto. Un solo voto, dunque.
Gli assenti erano molti, da Tremonti a Scajola, da Bossi all'evergreen Scilipoti, da Maroni ad altri (ir)responsabili. Un'ennesima dimostrazione di inaffidabilità di questo governo, come se ne avessimo ancora bisogno. Simpatica, tra l'altro, l'uscita di Mimmo Scilipoti: "potevano farmi una telefonatina e sarei venuto, se c'erano rischi". Ma su questo è meglio stendere un velo pietoso.
La verità è che un capo di governo "normale", in una qualsiasi altra nazione democratica "normale", non avrebbe esitato un momento a dimettersi, rimettendo il mandato nelle mani del Presidente della Repubblica. E' necessario ricordare infatti che secondo diversi manuali di diritto costituzionale "il voto contrario del Parlamento sul rendiconto assume il significato di una crisi di governo". Eh sì, perché affossare il rendiconto significa dire che il governo non ha adempiuto ai suoi doveri, o perlomeno a quello più importante (specie in un periodo di crisi), cioè gestire al meglio le finanze dello Stato. Unica conseguenza logica è la crisi di governo.
Ma noi non siamo un paese normale, né tantomeno questo è un governo normale, e della logica non sa che farsene. Il nostro governo è un governo di sudditi, seguaci del capobranco pronti a difenderlo a spada tratta fino alla fine, finché perlomeno il capobranco può difenderli. Ma già vediamo le lotte intestine tra Scajolani, Tremontiani, Cicchittiani gli un contro gli altri e tutti (alternativamente) contro la Lega, anch'essa divisa tra Maroniani eccettera eccetera.
E Berlusconi? Ieri perfino lui si è visto in aula, ma il suo voto non è bastato. Inoltre, l’assenza di Tremonti, arrivato qualche minuto dopo il completamento del voto, non fa che incrinare ancora di più i loro rapporti, già non proprio rose e fiori, degli ultimi tempi. E’ lui il “giuda qualunque che farà cadere tutto” di cui aveva detto Verdini? O è Scajola? Maroni? Bossi? Scilipoti???
Ma la vera domanda è: quando avranno il coraggio e la decenza di schiodarsi dalle loro poltrone? Quando si renderanno conto di essere ridicoli, e di rendere ridicolo l’intero paese di fronte alla comunità europea? Quando si accorgeranno che l’attacco alla nostra economia, e qui mi sento di citare le parole di Romano Prodi, è causato dal disprezzo che gli altri paesi provano verso l’Italia, e dalla debolezza che la figura del presidente del consiglio ha nei confronti dei suoi omologhi europei?
Dunque, “quo usque tandem abutere, Catilina, patientia nostra?”*
Oppure, per quanto ancora, italiani, avete intenzione di sopportarlo?
[*: ”per quanto ancora, Catilina, abuserai della nostra pazienza?” (Cicerone, 1 Catilinaria)]
venerdì 7 ottobre 2011
Una stagione di indignazione globale
Cinque giorni dopo, in Libia, inizia una protesta che poi sfocerà in una sanguinosa guerra civile tra i ribelli (affiancati più tardi dalla NATO) e i "lealisti" fedeli a Gheddafi. Dopo la presa di Tripoli da parte delle forze rivoluzionarie, non si hanno più avuto notizie certe sulla posizione o le condizioni del "Raìs".
Sempre a febbraio iniziarono le proteste in Siria contro il regime di Assad, considerato uno dei più autoritari e repressivi di tutto il medio oriente, anche più di quello Egiziano e Tunisino. Regime che, chiaramente, non si è mai fatto scrupolo di esercitare una censura totale e di reprimere nel sangue le proteste: infatti nel corso dei mesi i cortei in piazza sono stati accompagnati da spari sulla folla, che hanno portato a un numero imprecisato di morti. Tutt'ora Assad è al potere.
Ma contemporaneamente alla rivolta libica e alle proteste siriane, in Europa nasce il movimento degli "indignados", prima in Spagna e subito dopo in Grecia, entrambi in aperta polemica contro le misure di austerità dei rispettivi governi, sull'orlo del baratro economico. Proteste che, tra l'altro, porteranno alle dimissioni del presidente spagnolo Zapatero.
E' recente la notizia che anche gli USA devono affrontare una protesta simile. E' quella conosciuta sotto il nome "Occupy Wall Street", una serie (tutt'ora attiva) di manifestazioni e occupazioni in numerose città statunitensi (New York su tutte) iniziata il 17 settembre a seguito dell'appello della rivista canadese Adbusters, supportata anche dal collettivo hacker Anonymous. Proprio New York, pochi giorni fa (il 1 primo ottobre), è stata teatro di una enorme mobilitazione che ha portato a bloccare il ponte di Brooklyn, e alla quale è seguito l'arresto di ben 700 manifestanti. Dal 3 ottobre poi la protesta si è estesa a Los Angeles, San Francisco, Boston, Memphis, Minneapolis e altre città piccole e grandi. E' chiaro che il motivo di questa protesta è un generale scontento verso l'ormai sempre meno sopportabile disuguaglianza economica: lo slogan ripetuto è "noi siamo il 99%", cioè il 99% della popolazione, quello che risente della crisi finanziaria, contrapposto a quell'1% che invece continua a speculare e accumulare guadagni a scapito della stragrande maggioranza dei cittadini.
E in Italia? Oggi 7 ottobre in ben 90 città ci sono stati (e ci sono mentre scrivo) cortei, manifestazioni e sit-in di protesta: nella capitale, un esempio su tutti, sono state bloccate la stazione ostiense e la linea B della metro. Come per "preparare il terreno" alla manifestazione della CGIL di domani a Roma e di quella di sabato 15 ottobre, la giornata europea della mobilitazione. Una giornata dove la società (veramente) civile si ritroverà a Roma, davanti al Parlamento per contestare l'incompetenza recidiva di un governo più preoccupato della troppa (secondo loro) libertà d'informazione che della crisi. Per contestare le manovre (perché di più d'una si tratta) economiche che non sono altro che nuovi tagli alle fasce deboli.
Ma anche come protesta globale contro questa classe politica e contro il marcio e gli "inciuci" che la mantengono in vita. E per potersi finalmente riprendere quel sacrosanto diritto di sovranità che è ormai un vago ricordo sbiadito, scritto su un vecchio libro a cui nessuno sembra dare più importanza.
Chissà che il vento non cambi davvero, questo 15 ottobre.
scritto per http://www.welfarenetwork.it/
mercoledì 5 ottobre 2011
Il caso Wikipedia e la censura mascherata
E' autunno e si torna a parlare di legge bavaglio. "Disegno di legge" lo chiamano, ma potremmo benissimo parafrasarlo in termini molto meno lusinghieri. E scrivendo questo, corro anche io il rischio, nel caso "qualcuno" si lamentasse sulla presunta falsità della mia affermazione, di essere costretto entro 48 ore a "effettuare una rettifica su qualsiasi contenuto che il richiedente giudichi lesivo della propria immagine".
Il richiedente. Senza (ovviamente) il bisogno, superfluo e decisamente troppo democratico (sic) di ricorrere a un giudice imparziale che valuti se questo sia effettivamente necessario.
Già, perché il famigerato comma 29 del ddl sulle intercettazioni dice che chiunque ritenga che alcune informazioni, pur veritiere e accertate, siano lesive della propria immagine, può obbligare chi ha scritto a pubblicare una rettifica “entro quarantotto ore dalla richiesta, con le stesse caratteristiche grafiche, la stessa metodologia di accesso al sito e la stessa visibilità della notizia cui si riferiscono". Esempio lampante: Wikipedia, la più grande enciclopedia online, punto di riferimento di numerosissimi navigatori del web ha deciso di sospendere la sua attività, in segno di protesta contro la proposta che la vedrebbe costretta a cancellare o tagliare pagine e pagine. E addio informazione libera.
In un momento di crisi nera, la preoccupazione maggiore del capo del Governo è piazzare paletti sempre più oppressivi alla libertà di stampa, come d’altronde da lui stesso affermato a gran voce; e poi ci si chiede perché prima Standard&Poor’s e poi Moody’s declassano il rating dell’Italia. E ci si chiede, per l’ennesima, insopportabile volta, quanto ancora dovremo sopportare di essere umiliati da un individuo del genere. Individuo che scese (ahinoi) in campo farneticando di “rivoluzione liberale”.
Mi viene spontaneo chiedere se nel 2011 queste leggine, decreti o emendamenti vari possano definirsi “liberali” (le virgolette sono d’obbligo) o non sarebbe meglio guardare in faccia la realtà e trovare le agghiaccianti analogie con le leggi di fine 1925, che la storia ci ha tramandato sotto il nome di “fascistissime”.
Non ai posteri, ma a noi cittadini indignati l’ardua sentenza.
Scritto per welfarenetwork.it
domenica 2 ottobre 2011
I diari della Rivoluzione: La Primavera araba raccontata dai blogger egiziani
Hossam el Hamalawy e Sarah el Sirgany al festival di Internazionale a Ferrara, la rivista italiana che raccoglie settimanalmente i migliori articoli da tutti i giornali del mondo, raccontano com'è nata la rivolta egiziana e gli ultimi giorni di Mubarak.
Hossam el Hamalawy, insignito quest'anno del premio Politkowskaja per il giornalismo, è un blogger e reporter egiziano che ha raccontato attraverso la rete gli ultimi giorni del regime di Mubarak. Insieme a Sarah el Sirgany, reporter del Daily News Egypt racconta al pubblico i 18 giorni della rivolta egiziana che ha rovesciato il regime di Mubarak.
"La settimana prima del 25 gennaio" spiega Sarah el Sirgany "duecento persone scesero in piazza in sostegno della rivolta in Tunisia. Ero in ufficio quando arrivarono le prime notizie della grande manifestazione". Quando le dissero che migliaia di persone erano in strada a protestare, non ci credeva. Arrivarono le foto di una piazza Tahrir piena, con striscioni che invocavano <
"Ho visto coi miei occhi come la volontà di cambiamento è passata da pochi attivisti a una grande parte della popolazione. Una grande volontà di cambiamento politico, la situazione era fuori controllo per le autorità. Ho visto migliaia di persone affrontare il pericolo e le cariche della polizia, i getti d'acqua e le pallottole di gomma"
La rivolta di Facebook? "Niente di più falso" secondo Hossam el Hamalawy "i social network non c'entrano. Le radici della rivoluzione risalgono ad almeno 10 anni fa. Quando entrai in università e diventai uno studente attivista, l'Egitto si trovava di fronte a uno scontro tra governo e islamici radicali. Le carceri furono ampliate tantissimo e i detenuti arrivarono ad essere 40.000." Racconta di come fu istituita la polizia segreta del regime (una Gestapo, come la definisce lui) e di come la tortura era all'ordine del giorno, in ogni distretto di polizia. "Potevamo dirci fortunati se avevamo il permesso per fare una protesta all'anno. Anche quando le proteste restavano nel perimetro universitario, volavano pallottole di gomma e quelli della polizia segreta non si facevano scrupolo, di notte, a rapire studenti scomodi"
Poi, nel 2000, la svolta, da cui poi prese forma la rivoluzione. Si iniziò con manifestazioni in sostegno all'Intifada palestinese, che si trasformarono in contestazioni contro il regime. "Se il 24 gennaio (giorno prima dell'inizio della rivolta n.d.r.) mi avessero chiesto se sarebbe scoppiata la rivoluzione, avrei mentito se avessi detto di sì" I primi giorni si aspettavano solo qualche centinaio di attivisti, poi il numero crebbe. "Il mio ruolo", prosegue, "era di tipo logistico, ricevevo aggiornamenti e li mandavo attraverso internet in tutto il mondo."
Poi, di notte, arrivavano i video dell'enorme folla in piazza e delle manifestazioni, violentemente e sanguinosamente contrastate dal regime.
"E' stato lì che ho pensato: sta iniziando la rivoluzione"
Scritto per http://welfarenetwork.it Link all'articolo QUI
sabato 1 ottobre 2011
Mercato dei libri e legge "anti sconti": pro e contro
Un libraio piccolo ha percentuali di sconto inferiori con l'editore (mettiamo il 30%) e se vuole essere concorrenziale applica anche lui il 20% in libreria, ricavandone però solo 10% di guadagno.
Quando poi dalla Gran Bretagna Amazon ha iniziato a vendere in Italia le novità con sconti anche del 40-45%, il mondo dell'editoria nostrana ne ha risentito. Per questo è stata approvata (e dal 1° settembre è in vigore) una legge che fissi un tetto agli sconti applicati su libri nuovi. Questo riguarda sia le librerie che i negozi on line.
Lo sconto potrà superare il tetto per libri usati, a tiratura limitata, d'arte, antichi e di edizioni esaurite, oltre che per quelli fuori catalogo, per quelli pubblicati da almeno 20 mesi e per quelli che sono rimasti invenduti per almeno 6 mesi in quella libreria.
Restano ammesse le promozioni speciali, durante le quali i negozianti potranno aumentare lo sconto però senza superare il 25 per cento. Le promozioni sono consentite soltanto una volta l'anno e non a dicembre, il periodo degli acquisti natalizi. È ammesso poi uno sconto del 20 per cento in manifestazioni di particolare rilevanza oppure se si tratta di vendere a scuole, università, ad associazioni non a scopo di lucro, istituzioni o centri con finalità scientifiche. Rimane il problema del prezzo. Se in Italia un libro costa in media 16,1 euro, in Francia lo si paga 14,4 euro (-11,9%), in Germania: 13,6 euro (-18,8%), in Inghilterra: 14 euro (-17,1%), negli Usa: 11,1 euro (-46,1%).
Secondo Antonio Sellerio, presidente dell'omonima casa editrice, "i grandi sconti non avvantaggiano il lettore, come si potrebbe pensare, al contrario. Lo sconto innesca una spirale perversa. Visti i margini ridotti nell'industria del libro l'editore può fare uno sconto elevato solo se aumenta considerevolmente il prezzo. Il lettore crede di avere il libro scontato, ma quello è invece il prezzo effettivo del libro".
La verità è che appena esce una novità che va forte in Gran Bretagna o negli USA, l'Italia si affretta a fare offerte stratosferiche per poterla vendere qui; non a caso siamo il primo paese per anticipi pagati. E questi anticipi vanno ripianati attraverso quella differenza di costo che c'è tra una novità venduta in Italia (prezzo medio 18 euro) e una venduta in Francia (prezzo medio 14 euro).
Insomma questa legge è utile perché comunque tutela parzialmente i piccoli librai e, al contrario di ciò che si potrebbe pensare a prima vista, indirettamente, i lettori. E' però incompleta, imperfetta. Servirebbe, per perfezionarla, una radicale modifica del mercato del libro italiano, che sacrifica la qualità alla quantità, vendendo un gran numero di libri a prezzi elevati, solo perché si è pagato un anticipo enorme per averli prima di altri, senza però magari effettuare una selezione tra quelli qualitativamente migliori (o che comunque "vendono"), da quelli che non garantiscono un ritorno economico adeguato e che rischiano di dover passare la propria esistenza in qualche magazzino, prima di finire al macero perché "non vendevano".
Al CERN superata la velocità della luce, Einstein è in discussione?
Bisogna ricordare a tal proposito che, secondo le più moderne teorie della fisica, nello specifico la relatività ristretta di Einstein, suffragate da numerose verifiche, la velocità della luce (circa 300.000 km/s) è una "velocità-limite", oltre la quale è impossibile andare.
Citando l'articolo su Repubblica.it:
"Secondo la teoria della relatività ristretta, elaborata da Einstein nel 1905, la velocità è una costante, tanto da essere parte della celeberrima equazione E=mc², dove E è l'energia, m la massa e c, appunto, la velocità della luce. La relatività, - spiega ancora la Hack, -prevede che se un corpo viaggiasse ad una velocità superiore a quella della luce dovrebbe avere una massa infinitamente grande. Per questo la velocità della luce è stata finora considerata un punto di riferimento insuperabile.
Tra l'altro, la teoria della relatività implica l'impossibilità fisica delle traversate interstellari e dei viaggi nel tempo"
Questo aprirebbe le porte a una vera rivoluzione, come afferma Margherita Hack, nella scienza e in tutto ciò che è ad essa correlato. Gli esperimenti, condotti tra l'altro dall'italiano Antonio Ereditato (uno degli innumerevoli geni che l'Italia sforna e che vede costretti a emigrare a causa dell'indifferenza con cui è trattata la ricerca scientifica nel nostro paese, ma questo è un altro discorso), potrebbero sgretolare una delle colonne portanti della scienza contemporanea, ma è anche vero, e lo dimostra la sua stessa storia, che la scienza non sarebbe scienza se non mettesse continuamente in discussione le proprie scoperte. Si ridurrebbe invece a mera questione di fede, cosa che si rivelerebbe nettamente in contrasto con il pensiero illuminista che fu la sua "culla ideologica".
Al di là di tutto, resta il fatto che questa notizia è sconvolgente, ma solo perché abbiamo sempre considerato Einstein come un dogma. Un vero approccio scientifico, secondo me, invece DEVE prendere in considerazione l'eventualità che idee ritenute "dogmi" possano cambiare o addirittura essere smentite. E' questo il bello della ricerca scientifica, e su questo va rifondata la nostra idea di Scienza (con la S maiuscola).
Adro un anno dopo. Il potere dell'indignazione civile
Tutti siamo a conoscenza della tristemente famosa scuola elementare di Adro, piccolo paesino in provincia di Brescia, intitolata a Gianfranco Miglio, “teorico” e “intellettuale” della Lega Nord. Trattenendo un sorriso al termine “intellettuale”, ritorniamo all’ottobre del 2010, in cui era scoppiata la polemica, a causa non solo del nome della scuola, ma anche per il fatto che essa era letteralmente tappezzata di simboli leghisti: soli delle alpi e altre amenità del genere.
Il punto è che ciò ha provocato la sacrosanta indignazione dei cittadini che ha portato, con mezzi legali e legittimi è bene ricordarlo, alla rimozione di quei simboli. Evidentemente i geniali ideatori della fantasiosa tappezzeria non avevano ben chiaro l’Art. 3 della nostra Costituzione:"Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione [...] di opinioni politiche. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che [...] impediscono il pieno sviluppo della persona umana”.
A questo proposito, mi capita spesso di notare che si riscontra una generale sfiducia nelle capacità che l’iniziativa popolare possiede e, ripensando alla vicenda di Adro, mi ricordo che anche in quel caso accadde la stessa cosa. Chi pensava che ormai la Lega fosse sopra la legge, che dovevamo rassegnarci a vivere in un regime si sbagliavano. Un numero notevole di cittadini, della “verde” Adro e non si è attivato, ha impugnato la nostra Carta, ha firmato petizioni, ha organizzato proteste e presidi (sempre civili e pacifici) sapendo di aver ragione. Sapendo che la vicenda di Adro era un pugno in faccia alla democrazia che, con tutti i limiti e i difetti che le si possono trovare, si fonda sulla sovranità popolare. E’ compito nostro, di semplici cittadini, rimarcare ogni giorno il nostro ruolo.
Un anno dopo non dobbiamo dimenticare quello che una massa di cittadini informati è capace di fare. E dovrebbero ricordarselo anche i nostri politici. Non sto parlando di rivoluzioni o sommosse. Sto parlando di difendere (e sicuramente migliorare) “quella cosa sporca che ci ostiniamo a chiamare democrazia”.
Cremona 14 settembre 2011